I momenti difficili e il vero motivo per cui si dipinge
- Paola Panero

- 26 nov 2025
- Tempo di lettura: 2 min
Quando pensiamo ai grandi pittori del passato, come ad esempio a Claude Monet, spesso immaginiamo solo il genio, la luce, i capolavori appesi nei musei. Dimentichiamo che, come molti altri artisti, anche Monet ha attraversato periodi estremamente difficili economicamente, moralmente e artisticamente.
Anni in cui nessuno sembrava comprenderlo, in cui non veniva riconosciuto, in cui la critica lo rifiutava e i soldi mancavano.
E proprio quella mancanza di riconoscimento spesso si trasformava in rabbia, frustrazione, insoddisfazione verso se stessi e verso il proprio lavoro.
Non era solo una questione di “successo” o “fallimento”.
Era qualcosa di più intimo: la sensazione di non essere capaci, di non riuscire a esprimere quello che si ha dentro, di non trovare la forma giusta. Quella voce interiore che ogni artista conosce fin troppo bene.
Eppure, tutto questo non ha mai fermato Monet.
Non lo ha mai impedito di dipingere.
Per lui la priorità non era vendere, non era piacere, non era “riuscire”.
La priorità era dipingere. Usare i pennelli, i colori, ricercare una tecnica, un gesto, una vibrazione che gli appartenesse. La pittura era ciò che lo teneva in vita, ciò che lo aiutava a superare i momenti bui, ciò che lo liberava dai pensieri e dalle preoccupazioni.
Ed è proprio questo, in fondo, il vero scopo dell’arte:
ritrovare se stessi nel fare, non nel giudizio degli altri.
Oggi, invece, molti vivono la pittura come una misura del proprio valore:
se un quadro vende, allora “sono bravo”;
se piace subito, allora “vale”;
se non arriva approvazione immediata, si smette, si cambia, si rinuncia.
È un meccanismo purtroppo sempre più frequente.
Eppure basterebbe guardare ai pittori del passato per ricordarci che la strada dell’artista non è fatta di risultati immediati, né di percorsi lineari. Anche loro si arrabbiavano, si autodistruggevano, arrivavano persino a strappare o bruciare le proprie tele. Ma non hanno mai smesso di credere nel proprio modo di vedere il mondo, nel proprio approccio, nella propria ricerca.
Ed è questo l’esempio più grande che ci hanno lasciato:
l’arte come necessità, come resistenza, come fedeltà a sé stessi.
Questo mi ripeto sempre:
"Dipingi perché ti salva.
Dipingi perché ti appartiene.
Il resto verrà, o forse no, ma tu avrai comunque creato la tua verità."




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